giovedì 26 giugno 2014

Che lavoro fai, mamma?


Un paio di settimane fa, sono stata in classe di Michela perché, per tradizione, i genitori dei bambini dell’ultimo anno della materna sono invitati a raccontare il loro lavoro.
Non avendo partecipato quando, ai tempi di Tommaso, lavoravo in Telecom Italia, figuriamoci se pensavo di propormi quest’anno, che ancora non ho deciso cosa fare da grande… Ma Michela, a differenza del fratello, ha talmente insistito che non ho avuto il coraggio di dirle di no.

E mo? Ho pensato… che lavoro faccio, io? Sarebbe stato facile parlare del mio lavoro ai tempi di Telecom Italia. Triste e grigio, ma facile. Già più complicato all’epoca di Bio’n’Happy, la società di produzione e vendita di pannolini lavabili e prodotti per l’infanzia che ho contribuito a creare ma di cui, già da un paio d’anni, non faccio più parte. Ma adesso? Adesso che non sono (e non mi sento) né carne né pesce, che lavoro faccio?!

Così, per prepararmi ad affrontare 25 microindividui, di età compresa tra i 3 e i 6 anni (più 3 che 6!), ho iniziato a riflettere alle mille parti in commedia che faccio quotidianamente, e mi sono soffermata su quella che mi piace e mi appassiona di più (No, non ci provate: la mamma non è un lavoro! Io non conosco una donna che farebbe la mamma per denaro!!).

Io scrivo e racconto storie. Racconto quello che vivo, scrivo quello che penso, e rifletto su quel che mi accade intorno. Metto nero su bianco pensieri e avvenimenti. La mia vita che evolve, i miei figli che crescono, la mia famiglia che si trasforma, in attesa di allargarsi (vabbe’ per l’allargamento c’è tempo!!).

Io scrivo, non parlo in pubblico. Allora, per vincere l’emozione (e la soggezione), ho iniziato a immaginare il post che avrei scritto per raccontare quell’incredibile esperienza. E nel frattempo sentivo, in lontananza, la mia voce che parlava ai bambini.  

Ho detto loro di essere curiosi, di osservare attentamente ciò che li circonda. Di non chiudersi alle emozioni. Se una cosa a loro non piace o li fa arrabbiare, non devono aver paura di manifestarlo. Se sono felici, lo devono gridare ai quattro venti. Se hanno un’idea, devono imparare a condividerla. Ho detto loro di raccontare sempre le loro avventure quotidiane, di non ridurle a delle liste di azioni, fredde e vuote; di trovare sempre, per ogni azione svolta nella giornata, un aggettivo (bello o brutto) che la possa descrivere.
La cosa sorprendente è che mi seguivano con grande attenzione, capendo esattamente quello che andassi farneticando insieme a loro, tant’è che mi hanno pure tempestata di domande! Però poi, alla fine, una storia gliel'ho raccontata davvero.

Ho detto loro di avere un taccuino e una matita sempre in tasca, per fissare un pensiero, un’immagine, un’idea. Si, a bambini di 3 anni ho detto di avere un blocchetto per gli appunti sempre a portata di mano e no, non solo non mi hanno guardata come fossi un alieno, ma quando Michela ha consegnato i blocchetti che avevamo preparato per loro, è stato un trionfo di “qui ci disegno quello che mi piace, di qua scrivo le lettere! Maestra, GUARDA!”.


Si esatto, avete letto bene: Michela e io, approfittando di un mio raptus di creatività, abbiamo decorato i blocchettini, che avevamo comprato per l’occasione, con delle figure in feltro, perfettamente fustellate con la big shot, e dei bottoni colorati.

(Si, anche io ho una big shot!)

6 commenti:

  1. Stasera provo a chiedere a mio figlio secondo lui io che lavoro faccio ... sono curiosa della risposta! Quella che hai dati tu è una risposta bellissima, brava!!!

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  2. Stupendo!
    Io ho avuto una carriera lampo... Cioè mi ero immaginata di fare tante cose. Poi una giorno arriva l abusivo, sette anni e mi dice "la maestra oggi ha chiesto di chiedere alle mamma se qualcuna può spostare l'orario del colloquio. Le ho detto subito che a te va bene qualsiasi cosa perché non fai nulla."

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    Risposte
    1. Sempre detto io che se non ci fossi bisognerebbe inventarti!!!

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Se mi commenti, io sono contenta!

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