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lunedì 13 dicembre 2010

La mia nuova vita è iniziata così...

Tutti gli anni, in questo periodo, mi ritrovo a tirare le somme dell’anno che sta per finire, e questa volta più che mai mi viene spontaneo fare questi pensieri.


Il 2010 è stato un anno molto importante per me. 

Lo metterei tra quelli che hanno segnato una svolta nella mia vita: 
a marzo sono uscita dall’Azienda in cui ho lavorato per 15 anni, e in cui ormai non mi riconoscevo più.

A questo episodio dedico le mie riflessioni di fine anno.

Ho sempre saputo di avere avuto la mia parte di responsabilità in quel che mi è successo. La mia responsabilità è stata l’aver messo al mondo 3 figli; di aver trascorso tutte e tre le gravidanze a casa perché, per il bene dei miei bambini (che nessuno mi avrebbe ridato indietro, qualora qualcosa “fosse andato storto”), mi sono rifiutata di percorrere in macchina più di 50 km al giorno, per passare 6 ore a non saper bene cosa fare.

Ho sempre saputo che l’Ufficio Risorse Umane mi stesse alle costole già dai tempi della prima gravidanza (2002). Hanno impiegato sette anni e tre mesi, ma alla fine mi hanno scovata e mi hanno trasferita, senza diritto di replica, in un settore territoriale a svolgere un lavoro lontano anni luce da quella che era stata, fino a quel momento, la mia esperienza professionale.

Notare bene che la motivazione è stata “per fare efficienza”. Perché, in effetti, è risaputo che per fare efficienza occorre sradicare il personale dalla struttura “di sempre”, per destinarlo ad attività diametralmente opposte alle conoscenze e competenze fin lì acquisite.

Così è accaduto che un martedì pomeriggio del mese di giugno 2009, rientrando a casa, ricevetti la telefonata della Dott.sa Tal de’ Tali, che mi convocava per le 10 del giorno dopo ad un colloquio, per propormi una diversificazione professionale. Sta definizione non me la potrò mai scodare: diversificazione professionale. Queste due parole mi sono risuonate nella testa per mesi.

Tralascio ogni considerazione sul lavoro (che, alla fine, seppur diverso da quello cui ero abituata, poteva anche avere un suo risvolto interessante). Dico solo che io venivo da un ufficio in cui “fare gruppo”, collaborare e condividere erano le parole d’ordine, e invece mi sono ritrovata circondata da persone cui, per anni, era stato insegnato tutt’altro.

In 15 anni ho cambiato capi, colleghi, settori. Ho affrontato situazioni più o meno difficili, e sono sempre rimasta in piedi. Ma questa volta è stato diverso, molto diverso.

Ogni mattina, prendendo dal portafoglio il tesserino e timbrando al tornello mi ponevo queste due domande “Come si esce da questa situazione? Quando finirà quest’incubo?”. E nel momento in cui, a febbraio di quest’anno, mi sono resa conto di non avere vie d’uscita, sono crollata, rischiando di trascinarmi dietro le persone più importanti della mia vita.

E’ stato grazie a loro, invece, che ho trovato la forza di reagire e il coraggio di fare ciò che spesso dicevo a mo’ di sfogo, ma che non avrei mai creduto che avrei fatto davvero: “mollare tutto e ricominciare”.

Il 1 aprile è iniziata la mia nuova vita, fatta di nuove sfide, nuove prospettive e nuovi obiettivi.

Ed Esperire è uno di questi…

mercoledì 24 novembre 2010

Dispetto e Rispetto


Ieri mattina, mentre uscivo di casa per accompagnare i tutti i figli a scuola e asilo, i due grandi hanno iniziato a battibeccare tra loro e a farsi i dispetti.

Dal momento che non mi sembrava il modo migliore per iniziare la giornata, ho represso la Signorina Rottermaier che alberga in me e, anziché iniziare a minacciare punizioni e castighi, ho progressivamente portato i bambini a ragionare e riflettere con me:

  • Pur sapendo che ad "F" non piace sentir pronunciare una determinata frase, perché evocatrice di tristi ricordi (un palloncino volato in aria), "T" ha insistentemente ripetuto le 2 odiosissime e odiatissime paroline (nella fattispecie “Take away!”).
  • Ad ogni esclamazione, "F" emetteva un suono stridulo, a metà tra una sirena e un gatto, cosa che aveva iniziato a minare il mio sistema nervoso, sin dalle 8.00 del mattino.
  • Il susseguirsi ritmico e ciclico di queste due fasi è ciò che io ho definito dispetto, sia nei loro confronti (uno verso l’altro), sia nei miei (che ero costretta a sentirli litigare).

E siamo arrivati alla conclusione che un dispetto altro non è che una profonda mancanza di rispetto e che,  fondamentalmente, diverte solo chi lo fa e che non ci rende più simpatici o “fichi”, agli occhi degli altri, anzi!

E allora perché c’è quest’usanza, tanto diffusa anche tra gli adulti, di fare all’altro la cosa più sgradita, invece di adoperarci per il bene di tutti?
Non sono stata punta dal ragno della bontà e, men che mai, sono stata colpita dalla sindrome del Mulino Bianco però, visto? ormai, nell’immaginario collettivo l’educazione, il rispetto, la serenità e l’armonia sono diventati tutti concetti stereotipati di un modello negativo, dal quale scostarsi il più rapidamente possibile.

Ma ciò che ripeto sempre, quasi fossi un disco rotto è che, così come a far male qualcosa ci si impiega lo stesso tempo che a farla con accortezza e precisione, allo stesso modo rendere la vita difficile al prossimo ci tiene impegnati lo stesso tempo, anzi forse di più, che ad essere rispettosi delle esigenze altrui.

Giusto per rimanere in tema “stradale”, un esempio tra tutti è rappresentato da coloro che, non solo lasciano la macchina parcheggiata in doppia fila, ma addirittura in mezzo alla strada, senza constatare se abbiano lasciato libero il passaggio, o meno.
E non è anche quella una forma di dispetto a scapito del rispetto?

Mentre eravamo impegnati in queste riflessioni siamo arrivati a destinazione.
Ho fatto scendere “al volo” il bambini davanti a scuola, li ho visti varcare il cancello della scuola e dirigersi, fianco a fianco, verso le scale.

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